Benefici e vicissitudini di un farmaco alternativo

Walter De Benedetto

Walter De Benedetto

Mar 21, 2018

  Foto credits: Niccolo’ Celesti Photographer Mi chiamo Walter, ho 46 anni vivo ad Arezzo e sino al 2014 lavoravo all’ASL. A quindici anni e mezzo, dopo tre mesi di febbre persistente a quaranta, vomito e rigidità muscolare mi venne diagnosticata una “probabile” artrite reumatoide. Premetto che fino a quel momento non mi ero mai ammalato e che praticavo numerosi sport a livello agonistico tra cui judo e rugby. L’artrite reumatoide è un cancro della sinovia (il liquido extracellulare contenuto in piccole quantità nelle cavità articolari che serve da lubrificante per le articolazioni e delle cartilagini articolari), una malattia rara e di conseguenza le case farmaceutiche non sono spinte a fare ricerca perché gli introiti sarebbero estremamente bassi. Fino alla fine degli anni novanta la cura di base era “empirica”: sali d’oro e potentissimi antimalarici come il Plaquenil . Su di me però non avevano nessun effetto. Il Plaquenil mi intossicava il fegato e i sali d’oro credo adesso non li producano nemmeno più. In 24 anni sono stato ricoverato per 2-3 mesi a volta per più volte l’anno. Avrei voluto una vita migliore con meno dolore per i miei cari. La mia dignità l’hanno calpestata troppe volte, ero un numero: il 14. Mi dovevo guardare dai medici e dagli infermieri. Sapete cosa vuol dire 8 anni e mezzo rinchiuso in ospedale mentre vedi i tuoi amati genitori logorarsi e ammalare? Ho provato diverse cure tra cui la chemio e gli immunosoppressori come il Metotrexade e l’Endoxen, visto che in teoria distruggere il sistema immunitario avrebbe dovuto aiutarmi, ma non era così. Gli effetti collaterali erano tremendi: malessere generale, niente energia, vomito, la cura la facevo il sabato e non mi riprendevo per 3 giorni. Non mangiavo bene, non dormivo, anche negli occhi sentivo una strana secchezza e il sapore dell’Endoxen era ovunque. Le vene intanto si bruciavano per colpa delle infusioni  endovenose, ne avevo due solo sulla mano. E poi dopo ogni infusione i boli cortisonici che chiudevano ogni ciclo. Provate voi a dormire con 1000 mg di cortisone in vena. Nel frattempo poi, il cortisone ti uccide: logora le articolazioni, incrementa l’osteoporosi, devasta lo stomaco e atrofizza la ghiandola cortisoide, rendendola inutilizzabile e...

Presentazione: ” Canapa Medica. Frammenti di resistenza sanitaria” Gennaio 2018.

Presentazione: ” Canapa Medica. Frammenti di resistenza sanitaria” Gennaio 2018.

Mar 14, 2018

Alberto Sciolari

Alberto Sciolari

Mar 7, 2018

Mi chiamo Alberto Sciolari, sono nato nel 1955 e ho lavorato nel settore dell’arredamento. Ho contratto l’HIV alla fine degli anni ottanta. All’inizio, quando contrassi la malattia, non esistevano farmaci perché si trattava di una novità. L’HIV non si cura, si tiene sotto controllo. A partire dal 1994 ho cominciato la normale terapia antiretrovirale, la triplice HAART. Questa terapia si basa sulla combinazione di 3 farmaci, ognuno dei quali con una funzione differente: uno inibisce la proteasi e gli altri due (un nucleosodico e l’altro non nucleosodico) la proscrittasi inversa. Questa terapia se da una parte ebbe l’effetto di aumentare le cellule del sistema immunitario CD4 e diminuire la carica virale, dall’altra parte provocava effetti collaterali fisici come diarrea e mal di pancia. Trattandosi poi di 10 pasticche al giorno (all’inizio 3 farmaci per 3 volte al giorno) tutta la giornata era scandita dal ritmo d’assunzione dei farmaci e, visto che uno andava preso lontano dai pasti, uno doveva essere assunto con i cibi grassi ed uno evitando il pompelmo, condizionava anche la mia dieta. Tutto ciò mi portava ad avere un rapporto di repulsione per il cibo, da un lato perché i farmaci mi causavano nausea e dall’altro perché, per rispettare la scadenza temporale di assunzione, dovevo mangiare a comando. Documentandomi su Internet trovai uno studio americano su Pubmed che spiegava che i pazienti riuscivano ad ottenere una maggiore aderenza al piano terapeutico se assumevano canapa, visto che questa sostanza annulla il problema della repulsione del cibo. Devo dire che effettivamente avevo già notato qualcosa di simile e spiegando le mie ragioni, domandai al mio medico di prescrivermela. Egli me la prescrisse, ma il Ministro della Salute dell’epoca Francesco Storace, temporeggiò, giustificandosi con l’attesa di informative da parte dell’ONU. Poi cambiò il Governo e il nuovo Ministro, all’epoca Livia Turco, dette l’autorizzazione e così cominciammo ad importarlo. Eravamo nel 2007. Visto che a quei tempi nessuno l’aveva ancora importata, le prime farmacie dell’ASL di Roma si dettero da fare e, come previsto dal decreto legge del 1997, erogavano questi farmaci gratuitamente, in regime di day hospital. Il mio fabbisogno terapeutico era di 1 grammo al giorno ad alto contenuto di THC. Per 5-6...

Alfonso Gallo, ricercatore presso IZSM.

Alfonso Gallo, ricercatore presso IZSM.

Mar 5, 2018

Dott. Gallo cosa significa titolare la cannabis? Titolare la cannabis significa determinare il contenuto dei cannabinoidi nella pianta, cioè sapere quali e in che quantità i cannabinoidi sono presenti nelle infiorescenze o in un prodotto da essa derivata e pertanto potenzialmente assumibili dall’organismo. Dico potenzialmente, perchè a seconda della modalità di assunzione varia il grado di assorbimento e quindi di effetto. Perché in medicina è importante la titolazione della cannabis? E’ fondamentale per diversi motivi. In primo luogo per sapere perfettamente quali cannabinoidi e in che concentrazioni sono presenti nelle infiorescenze e nelle eventuali preparazioni galeniche al fine di conoscere effettivamente cosa il paziente assume. Le varie preparazioni galeniche e le diverse modalità di assunzione determinano la quantità di cannabinoidi che un paziente realmente assume. I cannabinoidi poi sono liposolubili, si legano bene ai grassi e non all’acqua. Le preparazioni che prevedono l’utilizzo della cannabis in decotti sicuramente hanno un rilascio minore rispetto ad una inalazione (vaporizzazione) o ad una estrazione oleosa. Che tipo di analisi eseguite, con quali strumenti? Analizzate solo i principali cannabinoidi o anche altri componenti quali terpeni, flavonoidi? I metodi accreditati e in uso per la ricerca di cannabinoidi sono tre: un primo metodo che consente di determinare la concentrazione del delta-9 THC, delta-8 THC, Cannabinolo e Cannabidiolo mediante cromatografia liquida con rivelatore a fotodiodi; tale metodo è applicabile alle materie prime di origine vegetale, le infiorescenze, e in alimenti additivati con cannabinoidi in un campo di misura maggiore o uguale a 0.017g% , un valore di indagine più approfondito rispetto a quel che la legge domanda. Tale metodo è in fase di accreditamento anche per la determinazione degli acidi precursori del THC e del CBD. Un secondo metodo consente di determinare la concentrazione di 9 cannabinoidi (delta-9 THC, delta-8 THC, Cannabinolo, Cannabidiolo, Cannabigerolo, Tetraidrocannabivarina, Cannabidiolo acido, Cannabigerolo acido e delta-9-THC-A acido) mediante cromatografia liquida e analisi MS/MS con rivelatore ad alta risoluzione (Orbitrap); questo metodo è applicabile agli alimenti destinati al consumo umano, derivati dalla canapa come semi, farina e olio in un campo di misura maggiore o uguale a 0.15mg/kg. Infine, un terzo metodo consente di determinare la concentrazione di 9 cannabinoidi (delta-9 THC, delta-8 THC, Cannabinolo, Cannabidiolo,...

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