Benefici e vicissitudini di un farmaco alternativo

Fabrizio Pellegrini

Mi chiamo Fabrizio Pellegrini sono musicista ho 44 anni e soffro di sindrome fibromialgica. La fibromialgia è la cronicizzazione di un deficit enzimatico celebrale, in pratica il mio sistema immunitario è in sofferenza cronica. La sindrome fibromialgica è una forma patologica deviata dell’asma bronchiale cronico allergico. Nello specifico viene a mancare un neurotrasmettitore, la serotonina. Nel paziente in cui la malattia è in uno stato avanzato, come nel mio caso, la mancanza di serotonina crea il restringimento del canale midollare e l’erosione lenta e progressiva dei giunti articolari che, oltre a provocare insonnia, provoca dolore diffuso e persistente, soprattutto a carico della colonna vertebrale. Tutto comincia con un banalissimo asma. Avevo 2 anni e tutto è partito dalla pertosse alla quale, per ereditarietà materna, si è aggiunto anche l’asma. Fin da quell’età mia madre dall’Abruzzo, mi portava a vaccinare a Firenze. I vaccini, però, non davano esito e per tamponare gli attacchi si passò all’aerosol ed alle inalazioni di cortisone. In quel periodo, tra l’altro, erano appena stati immessi in commercio il Ventolin e il Bentelan e così, per tutta l’infanzia, ho cominciato a portarmeli dietro. Arrivato all’adolescenza l’asma non se ne andava. A 13-14 anni ero talmente farmaco-resistente al cortisone che continuavo a subire ricoveri, flebo, etc. Ero letteralmente imbottito di cortisone. La svolta c’è stata a 16 anni quando ho smesso di mangiare carne. Ciò ha notevolmente ridotto l’esposizione agli attacchi. Dal momento in cui ho smesso con la carne è stato come se il mio organismo diventasse meno esposto, mi sentivo meglio, magari potevo avere un attacco con il cambio di stagione, ma comunque si diradavano da 4 a 3, da 3 a 2, da 2 ad 1 fino a sparire. Ho impiegato anni ed anni per ripulirmi dal cortisone e penso dipenda anche dalla decisione di smettere con  la carne piena di farmaci e steroidi che mangiamo. Fino ai 23 anni ho convissuto con attacchi settimanali, circa un ricovero al mese e nell’arco di un anno anche dieci volte all’ospedale. Man mano che crescevo per fortuna gli attacchi si diradavano. La mia storia con la canapa comincia dopo aver terminato gli studi come pianista al conservatorio di Pescara. Nel 1991...

Dott. Marco Bertolotto

Dott. Marco Bertolotto

Apr 18, 2016

Quando hai terminato il tuo percorso universitario cosa sapevi delle applicazioni terapeutiche della cannabis? Assolutamente nulla. Io ho terminato la scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia del dolore nel 1988 e nulla si sapeva di cannabis per usi terapeutici. Quelli erano tempi in cui si portava avanti la richiesta di utilizzo degli oppiacei, che allora erano considerati un vero e proprio pericolo per la salute dei pazienti. Per certi aspetti con la cannabis stiamo ripercorrendo le stesse difficoltà di allora, ingrandite dal fatto che non abbiamo una semplice molecola, come era la morfina, ma una pianta che ha centinaia di principi attivi.   Come hai cominciato a conoscere le proprietà mediche della canapa? Facendo il terapista del dolore, e avendo poche armi a disposizione, sono in continua ricerca di qualcosa che possa aiutare i nostri pazienti a stare meglio. Ho letto alcuni anni fa di prodotti farmaceutici a base di THC, il Nabilone, ed ho iniziato a prescriverlo, verificandone le sue proprietà. Successivamente, ho iniziato a prescrivere i prodotti della Bedrocan e si è aperto un mondo di possibilità terapeutiche, che lascia stupefatti. Devo rilevare che per affrontare questo mondo terapeutico, c’è la necessità di una relazione professionale molto stretta con il farmacista, poiché si tratta di preparati galenici, che richiedono  una preparazione in laboratorio molto attenta. Ai medici che intendono iniziare questa esperienza, consiglio di trovare un farmacista che abbia la passione per le preparazione galeniche e di intraprendere insieme il percorso di conoscenza e approfondimento della terapia con cannabis.   All’interno della comunità medica che atteggiamento esiste nei confronti della canapa in medicina? Esiste un atteggiamento schizofrenico, di attrazione e di rifiuto. Purtroppo intorno alla cannabis c’è pregiudizio e i medici sono anch’essi dentro questo sentimento. A questo va aggiunto che conoscere la cannabis terapeutica significa studiare moltissimo: botanica, farmacologia, specialità mediche multiple. Ma significa anche aprire la propria mente ad una visione differente della medicina. È soprattutto un salto culturale, a cui i medici non sono abituati, essendo per definizione la classe medica conservatrice e refrattaria alle novità. Nella mia pratica clinica quotidiana sto facendo una esperienza particolare, dove mi vedo costretto a modificare il rapporto medico/paziente, che diventa...

Colonnello Antonio Medica: direttore SCFM di Firenze.

Colonnello Antonio Medica: direttore SCFM di Firenze.

Nov 23, 2015

Colonnello Medica, per prima cosa una domanda a livello umano. Come ha vissuto il compito di dirigere un’unità di militari che di fatto ha compiuto un passo storico per il nostro paese? Per noi dello SCFM [Stabilimento chimico-farmaceutico militare] è stato un ritorno al passato. Infatti, già quando si trovava ancora a Torino, fra il 1850 e il 1890 siamo stati coinvolti nella produzione del chinino di stato [NDR. Il chinino veniva prodotto per le sue qualità antipiretiche, antimalariche ed analgesiche] quindi tornare a coltivare una sostanza vegetale per fini terapeutici è una grande soddisfazione. Fare un servizio per il paese ci rende felici anche perché c’è sempre stato un legame stretto fra lo Stabilmento e un servizio pubblico esteso a tutta la popolazione.   Il dottor Giampaolo Grassi dell’CRA di Rovigo ci ha detto alla Fiera Indica Sativa di Bologna, lo scorso giugno, di avervi consegnato 80 talee. Quante sono arrivate a fioritura e di che varietà si tratta?  Della prima mandata di talee quelle portate sino in fondo sono state 50. Al secondo giro sono arrivate altre 50 talee che al momento stiamo raccogliendo, sempre in via sperimentale, al fine di raccogliere i dati necessari per completare l’iter autorizzativo dell’AIFA [NDR. Agenzia Italiana Farmaco] e dell’Ufficio Centrale Stupefacenti. La varietà coltivata è l’analoga del Bediol olandese [NDR. importato attualmente dalla ditta Bedrocan] con una ratio circa 1:1 fra THC e CBD ( in particolare il THC è al 6,5% e il CBD all’8%).   Sono state coltivate in terra o in idroponica? Perché questa scelta? Le piante sono state prodotte in idroponica perché a differenza della produzione outdoor in questo modo possiamo permetterci di controllare tutte le variabili che intervengono e quindi garantire la standarizzazione del prodotto finale vendibile come farmaceutico. Abbiamo impiegato in tutto il percorso, cioé da quando abbiamo messo a dimora le talee, sino al raggiungimento del massimo tempo balsamico, cioé allo sviluppo apicale del principio attivo, fra i 3 mesi e i 3 mesi e mezzo (circa 110 giorni).   Quanta vegetativa hanno fatto? Quanto flushing avete fatto prima di raccogliere? Non le saprei dire, queste sono informazioni in possesso di chi ha seguito concretamente la produzione.    Con...

Cristina Sanchez. Dipartimento Biochimica Molecolare Università Complutense

I cannabinoidi hanno un ruolo provato nel controllo del dolore oncologico, come antitumorali e nel bilanciare gli effetti collaterali della chemioterapia. Nel nostro gruppo siamo specializzati nel glioblastoma, un tumore al cervello che, in media, lascia 14 mesi di vita dal momento della dignosi. Io che lavoro su modelli pre-clinici, in vitro e modelli animali, dopo 15 anni di ricerca posso affermare con certezza scientifica che i cannabinoidi sono effettivamente dei potenti antitumorali. Il THC riduce la proliferazione delle cellule cancerogene e l’angiogenesi ed induce l’apopstosi, il suicidio cellulare, delle stesse. Cristina lavora insieme al Dottor Manuel Guzman, famoso perché in Spagna nel 2005 ha trattato 9 pazienti affetti da glioblastoma con l’iniezione di estratto di cannabis direttamente nel cervello. Questi pazienti avevano subito un primo intervento, avevano effettuato chemio e radio terapia e nonostante il trattamento il tumore aveva recidivato. Tutti avevano subito un secondo intervento, l’equipe del Dottor Guzman aveva allora impiantato nella calotta cranica un catetere e aveva cominciato a iniettare estratto di cannabis all’interno del cervello. Quello che era emerso da questa sperimentazione clinica su pazienti allo stato terminale era che il THC riduceva la crescita del tumore e che in alcuni pazienti aumentava la lunghezza della sopravvivenza. Oggi i nove pazienti sono morti. Cristina mi spiega che la vera sfida sarebbe cominciare questo trattamento subito dopo il primo intervento chirurgico senza attendere un’eventuale recidiva del cancro: “ In questo caso si potrebbe davvero vedere in pazienti non ancora terminali, quindi non ancora spacciati a prescindere, come il THC potrebbe influire evitando proprio la recidivazione del tumore. Al momento la GW pharmaceutical (la ditta inglese che produce lo spray sublinguale con estratto di THC, Sativex) sta conducendo una ricerca simile su 25 pazienti coniugando il Sativex al Termozolomide, il farmaco chemioterapico. Da parte mia mi piacerebbe approfondire il ruolo del CBD, altro cannabinoide presente della canapa, visto che ha dato risultati analoghi al THC, ma non essendo psicoattivo in Spagna è...

Dott. Marco Ternelli. Farmacista

Quando e con che fine nasce il sito farmagalenica.it e perché i lettori sono così interessati all’argomento cannabis e medicina? Il sito nasce all’inizio del 2013 con lo scopo di informare sulla galenica, ossia il mestiere di personalizzare i farmaci. Infatti, al contrario di come ci ha abituato l’industria farmaceutica, che spinge verso stesso farmaco, con stesso dosaggio per individui molto diversi fra loro dal punto di vista del metabolismo (sesso differente, peso diverso o ad esempio assumono già altre terapie) l’arte galenica si focalizza sulla persona e in seguito equilibra il farmaco al suo bisogno. La cannabis è diventata protagonista dei miei post perché da un lato esiste un alone di illegalità attorno a questa sostanza [NDR. nonostante in Italia sia riconosciuta come farmaco dal 2007] e dall’altro lato perché, nel bene e nel male, sulle proprietà terapeutiche di questa pianta nella rete si trova di tutto e di più. Quindi io rispondo ad una domanda, forte, di informazioni sulla materia. Quante sono le farmacie che distribuiscono cannabis nel nostro paese? Quelle censite sul mio sito sono circa una decina. Secondo dati non ufficiali di una delle ditte distributrici si parla di circa un centinaio. Quanto costa la cannabis che vende in farmacia e, in media, quando ci vuole per dispensarla? Al momento grazie ad una maggiore concorrenza [NDR. le ditte che importano e distribuiscono cannabis per le farmacie sono al momento due: ACEF e FARMALABOR] il prezzo è sceso sino a 32 euro al grammo.  Grazie al fatto che la teniamo in stock, la media per dare la terapia al paziente è di 24 ore. Quanti pazienti serve la sua farmacia e quali sono le patologie per le quali viene richiesta la cannabis? Poco meno di 200 persone. Sono pazienti che vengono con cadenza mensile o bimestrale. il 90% di queste persone assume il Bedrocan e la dose media di assunzione è di 100 milligrammi per due volte al giorno. Per quel che riguarda le patologia, spessissimo sono malati oncologici, per il dolore non controllato o per il vomito da chemioterapia. Fra questi vi è un gran numero di pazienti che cerca la cannabis come ultimo rimedio. A parte loro, poi, c’è...

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