Benefici e vicissitudini di un farmaco alternativo

Alfonso Gallo, ricercatore presso IZSM.

Alfonso Gallo, ricercatore presso IZSM.

Mar 5, 2018

Dott. Gallo cosa significa titolare la cannabis? Titolare la cannabis significa determinare il contenuto dei cannabinoidi nella pianta, cioè sapere quali e in che quantità i cannabinoidi sono presenti nelle infiorescenze o in un prodotto da essa derivata e pertanto potenzialmente assumibili dall’organismo. Dico potenzialmente, perchè a seconda della modalità di assunzione varia il grado di assorbimento e quindi di effetto. Perché in medicina è importante la titolazione della cannabis? E’ fondamentale per diversi motivi. In primo luogo per sapere perfettamente quali cannabinoidi e in che concentrazioni sono presenti nelle infiorescenze e nelle eventuali preparazioni galeniche al fine di conoscere effettivamente cosa il paziente assume. Le varie preparazioni galeniche e le diverse modalità di assunzione determinano la quantità di cannabinoidi che un paziente realmente assume. I cannabinoidi poi sono liposolubili, si legano bene ai grassi e non all’acqua. Le preparazioni che prevedono l’utilizzo della cannabis in decotti sicuramente hanno un rilascio minore rispetto ad una inalazione (vaporizzazione) o ad una estrazione oleosa. Che tipo di analisi eseguite, con quali strumenti? Analizzate solo i principali cannabinoidi o anche altri componenti quali terpeni, flavonoidi? I metodi accreditati e in uso per la ricerca di cannabinoidi sono tre: un primo metodo che consente di determinare la concentrazione del delta-9 THC, delta-8 THC, Cannabinolo e Cannabidiolo mediante cromatografia liquida con rivelatore a fotodiodi; tale metodo è applicabile alle materie prime di origine vegetale, le infiorescenze, e in alimenti additivati con cannabinoidi in un campo di misura maggiore o uguale a 0.017g% , un valore di indagine più approfondito rispetto a quel che la legge domanda. Tale metodo è in fase di accreditamento anche per la determinazione degli acidi precursori del THC e del CBD. Un secondo metodo consente di determinare la concentrazione di 9 cannabinoidi (delta-9 THC, delta-8 THC, Cannabinolo, Cannabidiolo, Cannabigerolo, Tetraidrocannabivarina, Cannabidiolo acido, Cannabigerolo acido e delta-9-THC-A acido) mediante cromatografia liquida e analisi MS/MS con rivelatore ad alta risoluzione (Orbitrap); questo metodo è applicabile agli alimenti destinati al consumo umano, derivati dalla canapa come semi, farina e olio in un campo di misura maggiore o uguale a 0.15mg/kg. Infine, un terzo metodo consente di determinare la concentrazione di 9 cannabinoidi (delta-9 THC, delta-8 THC, Cannabinolo, Cannabidiolo,...

Fabrizio Pellegrini

Fabrizio Pellegrini

Giu 10, 2016

Foto credits: Niccolo’ Celesti Photographer Mi chiamo Fabrizio Pellegrini, sono musicista ho 49 anni e soffro di sindrome fibromialgica. La fibromialgia è la cronicizzazione di un deficit enzimatico cerebrale, in pratica il mio sistema immunitario è in continua sofferenza. La sindrome fibromialgica è una patologia neuro immunologica ed è spesso conseguenza dell’asma bronchiale cronico allergico. Nello specifico viene a mancare un neurotrasmettitore, la serotonina. Nel paziente in cui la malattia è in uno stadio avanzato, come nel mio caso, la mancanza di serotonina provoca il lento e progressivo restringimento del canale midollare e l’occlusione dei forami nervosi alle radici dei giunti articolari che, oltre a provocare insonnia, provoca dolore diffuso e persistente, a carico soprattutto della colonna vertebrale. Tutto cominció con un banalissimo asma. Avevo 2 anni e tutto partì dalla pertosse alla quale, per ereditarietà materna, si era aggiunto anche l’asma. Fin da quell’età mia madre, dall’Abruzzo, mi portava a vaccinare a Firenze. I vaccini, però, non davano esito e per tamponare gli attacchi si passò alle inalazioni in aeresol a base di cortisone. In quel periodo, tra l’altro, erano appena stati immessi in commercio il Ventolin e il Bentelan e così, per tutta l’infanzia, mi abituai a portarmeli sempre dietro. Arrivato all’adolescenza l’asma non se ne andava. A 13-14 anni ero talmente farmaco-resistente al cortisone che continuavo a subire ricoveri, flebo, etc. Ero letteralmente imbottito di cortisone. La svolta c’è stata a 16 anni quando smisi di mangiare carne e ciò ridusse notevolmente l’esposizione agli attacchi. Dal momento in cui smisi con la carne fu come se il mio organismo diventasse meno esposto, mi sentivo meglio, magari potevo avere un attacco con il cambio di stagione, ma comunque si diradavano da 4 a 3, da 3 a 2, da 2 ad 1 fino a sparire. Ho impiegato anni ed anni per ripulirmi dal cortisone e penso dipenda anche dalla decisione di smettere con la carne piena di farmaci e steroidi. Fino a 20 anni ho convissuto con attacchi settimanali, circa un ricovero al mese e nell’arco di un anno anche dieci volte all’ospedale, man mano che crescevo per fortuna gli attacchi si diradavano. La mia storia con la canapa comincia dopo aver...

Dott. Marco Bertolotto

Dott. Marco Bertolotto

Apr 18, 2016

Quando hai terminato il tuo percorso universitario cosa sapevi delle applicazioni terapeutiche della cannabis? Assolutamente nulla. Io ho terminato la scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia del dolore nel 1988 e nulla si sapeva di cannabis per usi terapeutici. Quelli erano tempi in cui si portava avanti la richiesta di utilizzo degli oppiacei, che allora erano considerati un vero e proprio pericolo per la salute dei pazienti. Per certi aspetti con la cannabis stiamo ripercorrendo le stesse difficoltà di allora, ingrandite dal fatto che non abbiamo una semplice molecola, come era la morfina, ma una pianta che ha centinaia di principi attivi.   Come hai cominciato a conoscere le proprietà mediche della canapa? Facendo il terapista del dolore, e avendo poche armi a disposizione, sono in continua ricerca di qualcosa che possa aiutare i nostri pazienti a stare meglio. Ho letto alcuni anni fa di prodotti farmaceutici a base di THC, il Nabilone, ed ho iniziato a prescriverlo, verificandone le sue proprietà. Successivamente, ho iniziato a prescrivere i prodotti della Bedrocan e si è aperto un mondo di possibilità terapeutiche, che lascia stupefatti. Devo rilevare che per affrontare questo mondo terapeutico, c’è la necessità di una relazione professionale molto stretta con il farmacista, poiché si tratta di preparati galenici, che richiedono  una preparazione in laboratorio molto attenta. Ai medici che intendono iniziare questa esperienza, consiglio di trovare un farmacista che abbia la passione per le preparazione galeniche e di intraprendere insieme il percorso di conoscenza e approfondimento della terapia con cannabis.   All’interno della comunità medica che atteggiamento esiste nei confronti della canapa in medicina? Esiste un atteggiamento schizofrenico, di attrazione e di rifiuto. Purtroppo intorno alla cannabis c’è pregiudizio e i medici sono anch’essi dentro questo sentimento. A questo va aggiunto che conoscere la cannabis terapeutica significa studiare moltissimo: botanica, farmacologia, specialità mediche multiple. Ma significa anche aprire la propria mente ad una visione differente della medicina. È soprattutto un salto culturale, a cui i medici non sono abituati, essendo per definizione la classe medica conservatrice e refrattaria alle novità. Nella mia pratica clinica quotidiana sto facendo una esperienza particolare, dove mi vedo costretto a modificare il rapporto medico/paziente, che diventa...

Colonnello Antonio Medica: direttore SCFM di Firenze.

Colonnello Antonio Medica: direttore SCFM di Firenze.

Nov 23, 2015

Colonnello Medica, per prima cosa una domanda a livello umano. Come ha vissuto il compito di dirigere un’unità di militari che di fatto ha compiuto un passo storico per il nostro paese? Per noi dello SCFM [Stabilimento chimico-farmaceutico militare] è stato un ritorno al passato. Infatti, già quando si trovava ancora a Torino, fra il 1850 e il 1890 siamo stati coinvolti nella produzione del chinino di stato [NDR. Il chinino veniva prodotto per le sue qualità antipiretiche, antimalariche ed analgesiche] quindi tornare a coltivare una sostanza vegetale per fini terapeutici è una grande soddisfazione. Fare un servizio per il paese ci rende felici anche perché c’è sempre stato un legame stretto fra lo Stabilmento e un servizio pubblico esteso a tutta la popolazione.   Il dottor Giampaolo Grassi dell’CRA di Rovigo ci ha detto alla Fiera Indica Sativa di Bologna, lo scorso giugno, di avervi consegnato 80 talee. Quante sono arrivate a fioritura e di che varietà si tratta?  Della prima mandata di talee quelle portate sino in fondo sono state 50. Al secondo giro sono arrivate altre 50 talee che al momento stiamo raccogliendo, sempre in via sperimentale, al fine di raccogliere i dati necessari per completare l’iter autorizzativo dell’AIFA [NDR. Agenzia Italiana Farmaco] e dell’Ufficio Centrale Stupefacenti. La varietà coltivata è l’analoga del Bediol olandese [NDR. importato attualmente dalla ditta Bedrocan] con una ratio circa 1:1 fra THC e CBD ( in particolare il THC è al 6,5% e il CBD all’8%).   Sono state coltivate in terra o in idroponica? Perché questa scelta? Le piante sono state prodotte in idroponica perché a differenza della produzione outdoor in questo modo possiamo permetterci di controllare tutte le variabili che intervengono e quindi garantire la standarizzazione del prodotto finale vendibile come farmaceutico. Abbiamo impiegato in tutto il percorso, cioé da quando abbiamo messo a dimora le talee, sino al raggiungimento del massimo tempo balsamico, cioé allo sviluppo apicale del principio attivo, fra i 3 mesi e i 3 mesi e mezzo (circa 110 giorni).   Quanta vegetativa hanno fatto? Quanto flushing avete fatto prima di raccogliere? Non le saprei dire, queste sono informazioni in possesso di chi ha seguito concretamente la produzione.    Con...

Cristina Sanchez. Dipartimento Biochimica Molecolare Università Complutense

I cannabinoidi hanno un ruolo provato nel controllo del dolore oncologico, come antitumorali e nel bilanciare gli effetti collaterali della chemioterapia. Nel nostro gruppo siamo specializzati nel glioblastoma, un tumore al cervello che, in media, lascia 14 mesi di vita dal momento della dignosi. Io che lavoro su modelli pre-clinici, in vitro e modelli animali, dopo 15 anni di ricerca posso affermare con certezza scientifica che i cannabinoidi sono effettivamente dei potenti antitumorali. Il THC riduce la proliferazione delle cellule cancerogene e l’angiogenesi ed induce l’apopstosi, il suicidio cellulare, delle stesse. Cristina lavora insieme al Dottor Manuel Guzman, famoso perché in Spagna nel 2005 ha trattato 9 pazienti affetti da glioblastoma con l’iniezione di estratto di cannabis direttamente nel cervello. Questi pazienti avevano subito un primo intervento, avevano effettuato chemio e radio terapia e nonostante il trattamento il tumore aveva recidivato. Tutti avevano subito un secondo intervento, l’equipe del Dottor Guzman aveva allora impiantato nella calotta cranica un catetere e aveva cominciato a iniettare estratto di cannabis all’interno del cervello. Quello che era emerso da questa sperimentazione clinica su pazienti allo stato terminale era che il THC riduceva la crescita del tumore e che in alcuni pazienti aumentava la lunghezza della sopravvivenza. Oggi i nove pazienti sono morti. Cristina mi spiega che la vera sfida sarebbe cominciare questo trattamento subito dopo il primo intervento chirurgico senza attendere un’eventuale recidiva del cancro: “ In questo caso si potrebbe davvero vedere in pazienti non ancora terminali, quindi non ancora spacciati a prescindere, come il THC potrebbe influire evitando proprio la recidivazione del tumore. Al momento la GW pharmaceutical (la ditta inglese che produce lo spray sublinguale con estratto di THC, Sativex) sta conducendo una ricerca simile su 25 pazienti coniugando il Sativex al Termozolomide, il farmaco chemioterapico. Da parte mia mi piacerebbe approfondire il ruolo del CBD, altro cannabinoide presente della canapa, visto che ha dato risultati analoghi al THC, ma non essendo psicoattivo in Spagna è legale.”...

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