Benefici e vicissitudini di un farmaco alternativo

Chiara V.

Sono una studentessa di scienze biologiche della provincia di Roma, ho 29 anni e il giorno del mio ventottesimo compleanno mi è stato diagnosticato il glaucoma. Tecnicamente è quasi un anno e mezzo che ho questa patologia, ma in realtà ho un polimorfismo chiamato sindrome da dispersione pigmentaria, una condizione genetica recessiva data da un gene localizzato su un cromosoma autosomico. In poche parole l’umor vitreo non fluisce bene a causa di depositi di residui che fanno da tappo e il risultato è l’aumento della pressione negli occhi.

Una cura per la mia patologia non esiste: le gocce che si mettono servono a mantenere bassa la pressione degli occhi per evitare danni al campo visivo e quando si diventa resistenti ad un certo farmaco si passa al successivo fino ad arrivare, nei casi estremi, ad operazioni con alte percentuali di rischio di rigetto.I miei sintomi, sempre ricorrenti, sono il mal di testa, la perdita parziale o totale della vista per alcuni minuti, sensazione di sabbia negli occhi e dolore lanciante agli stessi, quasi come se li stessero strappando via dal cranio.

Inizialmente l’uso del Timololo, collirio, ha alleviato questi sintomi, dovevo metterne una goccia per occhio ogni mattino, ma avevo la vista offuscata dalla consistenza del gel, vertigini e senso di nausea, in più, nel giro di pochissimi mesi (non appena sono diventata farmaco-resistente) le sintomatologie positive e negative legate all’uso del farmaco si sono annullate. Al posto di questo farmaco mi sono state prescritte delle prostaglandine: la prima applicazione è stata di sera ed ho avuto una reazione allergica che mi ha bruciato l’epitelio superficiale dell’occhio e delle palpebre. Il giorno dopo ho chiamato l’ambulatorio che mi seguiva per far presente l’episodio e vedere cosa dovevo fare, ma mi è stato consigliato di prendere un altro farmaco che si è rivelato essere sempre della stessa classe e, avendo avuto una reazione allergica precedente, non ho potuto prenderlo perché avrei rischiato di peggiorare la situazione.

Tramite amicizie e giri di telefonate sono riuscita ad avere il numero di un noto oculista che mi ha dato un appuntamento nel giro di tre giorni, mi ha controllato e dato una cura adeguata: sempre una goccia di Timololo ogni mattina appena sveglia e all’ora di pranzo e di cena una goccia di Dorzolamide. Questi tre giorni di semicecità e abbandono sono stati il motore che mi ha spinto a voler utilizzare la cannabis come cura per il glaucoma. Sono sempre stata interessata all’aspetto curativo perché mia madre ha la sclerosi multipla, mi sono documentata su Pubmed e altri database scientifici per capire se poteva essere un valido aiuto e nelle mie ricerche mi sono interessata anche delle altre patologie che potevano essere alleviate, tra cui la mia.

La cannabis non è una pianta magica, ma rappresenta un valido aiuto se preso con le dovute precauzioni: per ogni patologia degenerativa l’importante è cercare di non perdere l’uso di certi organi o sistemi. L’utilizzo che ne faccio è di coadiuvante alla cura che mi è stata prescritta durante l’ultimo controllo: al risveglio Timololo ad entrambi gli occhi, a pranzo e a cena per l’occhio destro utilizzo solo Dorzolamide mentre per l’occhio sinistro un altro farmaco composto da Dorzolamide e Timololo, cura che inizialmente ho provato a fare così com’era, eliminando anche tutti gli elementi che possono aumentare la pressione endoculare come spezie (caffè, cacao), alcool (quella volta a settimana che andavo a bere una birra con gli amici) e sigarette, ma funziona nel breve periodo.

Superato un mese ricomincio a sentire la mancanza dei farmaci sempre più rapidamente rispetto a quando devo utilizzarli, quindi quando sento gli spilli negli occhi o comincio a non leggere ciò che devo studiare, prendo il mio kit e rollo uno spino.L’effetto di diminuzione della pressione nel mio caso dura circa 3 ore e per questo decido l’uso di canapa al bisogno.

Le quantità che consumo sono correlate alla quantità di THC presente nell’hashish o nell’erba, a seconda di ciò che si trova nel commercio nero, faccio una stima approssimativa del principio attivo e assumo la sostanza nella quantità adatta a farmi passare i sintomi. Nessuna persona sa quanto è difficile occuparsi di persone malate fino a quando non si ritrova a dover accudire un genitore o un parente anziano, aiuto mia madre con la sua malattia da quando ero piccolissima, il mio successo più grande è non averle permesso di lasciarsi consumare dalla sua condizione, dopo tre ricadute è ancora in grado di muoversi autonomamente.

Questo e la scoperta della mia malattia mi ha lasciato profondi disagi a livello psicologico, sono arrivata a diventare anoressica perché non riuscivo ad ingoiare il cibo nonostante la fame e la cannabis mi ha migliorato la vita anche in questo senso: mi sento più serena, mangio con gioia e sono propositiva nel futuro.

Non ho mai provato a chiedere l’importazione della canapa dall’estero perché penso sia inutile: la mia ASL di appartenenza sembra sia in deficit e molte delle prestazioni sanitarie necessarie a invalidi e a malati molto più gravi di me vengono negate.

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