Benefici e vicissitudini di un farmaco alternativo

Daniele Piomelli.

Daniele Piomelli.

Ott 29, 2013

Studiare il sistema endocannabinoide è importante come lo è studiare il funzionamento del cervello. Il sistema endocannabinoide è un sistema di trasmissione celebrale. La maggior parte degli italiani non conosce cosa sia e quindi non conosce nemmeno la ragione per la quale il suo studio sia molto importante. Dall’altro lato, la maggioranza degli italiani conosce cosa sia la marijuana e quali siano i suoi effetti psicologici: l’allegria, la creatività, la socialità e la diminuzione dell’ansia.
Noi ricercatori vogliamo capire gli effetti positivi e negativi della canapa e capire come mai questo farmaco funzioni.

Studiare il sistema endocannabinoide è una maniera per comprendere meglio il funzionamento del nostro cervello. La canapa agisce perché imita un sistema di neurotrasmissione che il cervello, animale e umano, ha sviluppato nel corso dell’evoluzione. Il sistema endocannabinoide svolge funzioni importantissime a livello di controllo dell’umore, del dolore e dell’appetito.

La canapa utilizzata in contesto terapeutico aumenta l’appetito, migliora l’umore e diminuisce il dolore. Noi ricercatori studiamo affinché in un futuro sia possibile avere gli effetti positivi della canapa, come quello analgesico e antidepressivo senza avere gli effetti negativi, come la produzione di dipendenza, allo stesso modo di nicotina ed alcol. La pericolosità relativa di questa sostanza è comunque molto bassa e le conseguenze della sua dipendenza, come l’irritabilità e la perdita del sonno sono certamente più blande rispetto ai farmaci oppiacei. Come gruppo di ricerca lavoriamo sui meccanismi di produzione e distruzione delle sostanze endocannabinoidi. Il nostro scopo è di sviluppare molecole che lo influenzino. Ultimamente abbiamo messo a punto una famiglia di molecole che blocca l’enzima FAAH (Fatty Acid Amide Hydrolase), il responsabile della distruzione dell’Anandamide [NDR. Arachidonoiletanolammide (AEA), neurotrasmettitore che mima gli effetti dei composti psicoattivi presenti nella cannabis]. Inaspettatamente abbiamo scoperto che bloccando la degradazione dell’Anandamide si riduce fortemente la dipendenza da nicotina nei ratti e nelle scimmie.

In Italia però, manca la sperimentazione sull’uomo perché, essendo molto costosa, serve il sostegno e l’investimento dell’industria farmaceutica che sponsorizzi queste ricerche permettendo di applicarle a livello umano. Nel contesto internazionale il contributo italiano è molto importante a livello qualitativo, a cominciare dal lavoro di Di Marzo, e si situa allo stesso livello degli altri paesi europei e extraeuropei. La differenza con gli Stati Uniti è che, seppur in quel paese la legislazione sia schizofrenica con conflitti fra legge federale e nazionale, la quantità di ricerche effettuate è certamente maggiore che da noi.

In Italia la politica incide sul nostro lavoro, non tanto sulla ricerca di base, ma parecchio sulle ricerche cliniche. La legge italiana è piuttosto restrittiva. E’ molto difficile fare uno studio clinico utilizzando farmaci cannabinoidi e gli studi sulla canapa sono difficili da realizzare perché essendo questa sostanza considerata una droga risulta di difficile reperibilità.

Fra i suoi numerosi componenti chimici alcuni sono molto studiati e altri meno. Sapendo che non si tratta di un farmaco pericoloso, che necessita di un migliore studio per fornire risposte certe, visto che la sua utilità in certe situazioni è ormai pacifica, per rendere più semplice la ricerca clinica servirebbe una legislazione più razionale che tolga barriere ed ostacoli alla ricerca scientifica.

Io sono favorevole alla depenalizzazione e credo che questa sostanza possa essere legalizzata seguendo una serie di regole, come ad esempio vietandola ai minorenni. Quello al quale io sono fortemente contrario è allo sdoganamento dell’utilizzo ludico mascherato da terapeutico, non perché credo che l’uso ricreativo sia pericoloso, ma perché sono convinto che bisogni chiamare le cose con il proprio nome e regolamentarle di conseguenza. Per quel che riguarda l’autocoltivazione da parte dei pazienti credo che non sia la soluzione ottimale, ma è comunque una soluzione che capisco, soprattutto se si tratta di patologie importanti come ad esempio chi la usa per contrastare gli effetti della chemioterapia. Negare a queste persone l’utilizzo compassionale della canapa costituisce un atto criminale e sicuramente non etico e credo che ciò sia ovvio per chi è capace di un atteggiamento empatico.

Negli ultimi 4 anni ci siamo occupati del ruolo del sistema endocannabinoide nel controllo del comportamento sociale e nei disturbi dello spettro autistico. Abbiamo anche cominciato a studiare l’impatto della stimolazione dei recettori cannabinoidi durante l’adolescenza, un argomento urgente considerando la legalizzazione in corso. Per ora non abbiamo risultati, ma abbiamo sottoposto all’Nih [N.d.r. National Institute of Health] un’importante domanda di finanziamento. Bisogna sottolineare che dal punto di vista della ricerca clinica tutto va molto lentamente in parte a causa della posizione della cannabis nella Schedule I [N.d.r.: Farmaci o componenti chimici con un utilizzo medico non condiviso e con alto rischio di abuso) della Dea [N.d.r.: Drug Enforcement Administration], ma anche per la mancanza di finanziamenti. Negli ultimi 10 anni sono stati fatti molti progressi, ma resta ancora molto da fare.

Non c’è ancora certezza sugli ambiti clinici in cui la cannabis possa essere applicata con il massimo di beneficio e il minimo di rischio. Dati pre clinici e clinici puntano soprattutto verso la terapia del dolore, ma studi più approfonditi sono necessari per provarlo con certezza. Su molte altre indicazioni di cui si sente parlare, soprattutto su internet, sappiamo ancora meno. Sul dolore se ci fosse un supporto finanziario da parte dei governi US e Europei, si potrebbe arrivare a dati sicuri in 4-5 anni. Nello stesso intervallo di tempo si dovrebbe avere un’idea più chiara anche del valore potenziale di farmaci basati sulla cannabis e sul sistema endocannabinoide.

In questi ultimi anni in America si è verificata un’ondata che ha portato molti Stati alla legalizzazione totale della cannabis. Determinare però gli effetti della legalizzazione sulla salute pubblica è un processo molto complesso per varie ragioni. Ciascuno degli Stati ha un grado di decriminalizzazione/legalizzazione diverso, ciascuno lo ha implementato con tempistiche diverse, in ciascuno vi è stato uno iato temporale diverso tra legalizzazione e l’effettiva disponibilità del prodotto sul mercato. Inoltre, anche i parametri da misurare sono complessi. Per esempio, negli Stati in cui la cannabis è legale come medicina è diminuito il numero di overdose da oppiacei. È un buon segno, ma che vuol dire esattamente? Che la cannabis può aiutare a ridurre l’uso di oppiacei? Forse, sempre che non aumenti il numero di persone che ne sono dipendenti. Si tratta di domande molto complesse, a cui non potremo rispondere prima di vari anni.

Nel lungo termine comunque credo che la legalizzazione possa aiutare a creare società più sicure, per la qualità delle sostanze e per la trasparenza della catena distributiva, ma solo nella misura in cui si riconosca il bisogno di limitare i danni potenziali dell’uso di cannabis (per esempio, negli adolescenti o nelle persone a rischio di psicosi) attraverso un programma intenso di prevenzione e ricerca. Io personalmente, vorrei vivere in una società in cui alcolici, tabacco e cannabis sono legali, ma usati con cautela e da una minoranza della popolazione. Questo implica educazione e prevenzione, ma anche libertà di scelta.

Daniele Piomelli è direttore del Dipartimento “Drug Discovery and Development” dell’IIT di Genova e professore di Anatomia e Neurobiologia ad Irvine presso la University of California.

2 comments

  1. canapame /

    Test

  2. Laura /

    Mi chiamo Laura e ho un serio problema neurologico, vorrei entrare in contatto con il Dr Pomielli o un suo valido collaboratore per una terapia con cannabis. Potete aiutarmi?

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